Voi l'avete richiesto. Voi, non io, che a me piace quanto il Dixan a merenda.
Ma se c'è una cosa che mi contraddistingue, quella è la magnanimità, e il mio amore per il prossimo è secondo solo a quello di San Francesco, le pagine di questo
blog possono testimoniarlo. O no?
Mosso da pietà, per voi, mica per lui, eleggo quindi Adam Levine, il marrone #1,
pheego della settimana.
Adam Noah Levine nasce a Los Angeles nel 1979 da una famiglia di
fashionisti di origini ebraica e fino dai primi vagiti affascina ostetrici e pediatri: mai si era sentito un pianto così simile al latrato di un dalmata in fiamme.
Al terzo pianto, però, su richiesta di tutto il personale medico che assordato da tanta cacofonia minaccia uno sciopero di proporzioni devastanti il piccolo Adam viene rinchiuso in un'incubatrice dalle pareti fono-assorbenti.
Rimarrà chiuso in quella scatola per molti anni a venire, nutrito tramite flebo di tranquillante e con un'unica uscita concessa nel giorno del Ringraziamento, quando viene obbligato dai semiti genitori a recitare davanti ai parenti una stucchevole e sdolcinata poesiola.
La malnutrizione, il
fashionismo dei genitori e la lettura degli ignobili componimenti lascerà un segno indelebile nella mente del giovane Adam e se ne troverà traccia anche nei suoi lavori artistici in età adulta.
Con l'inizio delle elementari il piccolo viene estratto definitivamente dalla custodia che lo aveva contenuto fino a quel momento, appare già alto, magrissimo, emaciato e dotato di una curiosa barbetta incolta che diventerà la firma caratteristica del suo personaggio.
Ma l'approccio con i suoi simili non è semplice. Nonostante la barbetta nera, sinonimo di carriole di testosterone nel suo seppur giovanissimo organismo, la sua voce acutissima risulta fastidiosa anche ai coetanei e viene subito preso di mira dalle prese in giro dei compagni di classe. In un'intervista del 2005 Adam dichiarerà:
Mi chiamavano "il peloso urlatore" e mi mettevano sempre a contare quando si giocava a nascondino. Fu un periodo molto difficile.
Mentre il mondo, la sorte e Javhè sembrano prendersi tutti gioco di lui, Adam cresce. Passa l'ultima infanzia chiuso in camera sua, scrivendo canzoni orribilmente simili alle poesie che era costretto a leggere da piccolo, ascoltando musica improponibile e imitando Cher, collant e giacchino di pelle inclusi, in
If I Could Turn Back Time.
Esibendosi nella medesima canzone, e con gli stessi vestiti, per la festa del Ringraziamento del '92 si attira le ire di tutto il parentado guadagnandosi lo sfratto permanente dalla casa famigliare.
Nel collegio dove verrà mandato finalmente Adam vede arrivare l'agognata pubertà e il conseguente arrivo di un tono vocale più grave e consono ai suoi attributi.
Ringalluzzito dal profumo dell'adolescenza crea una gang di teppisti originalmente battezzata
Castagna 5 con cui si diletta a picchiare i coetanei dopo averli obbligati ad assistere alle sue
performances in collant 10 denari. A diciotto anni avviene la svolta: Adam, stanco delle escoriazioni sulle mani, decide di dedicarsi ad attività meno lesive alla pelle che con tanta cura idrata e massaggia con creme e lozioni, cambia con moltissima fantasia il nome della gang in
Maroon 5 e riscopre il piacere della composizione di canzoni monotematiche, ma anche monotone.
Il resto è storia, una storia di successo, acuti travolgenti, falsetti accennati e vestiti eleganti all'urlo di
In Barbetta We Trust!
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